Divide et impera Telecom

Ieri il consiglio d’amministrazione di Telecom Italia ha deciso di separare la rete telefonica, che controlla in regime di monopolio su tutto il territorio nazionale, dalla gestione del servizio telefonico, in cui essa compete con altri operatori, dando luogo a due diverse compagnie. Il cda di Telecom, un incumbent, cioè una società ex pubblica, ha dato così il via a un’operazione attesa da anni ma mai realizzata. Dal punto di vista finanziario, ciò sembra comportare un consistente incremento del valore di mercato di Telecom, ora basso. Ma la ragione del passo, che poteva essere attuato quando è partita la sfida dell’ammodernamento della rete – oramai inadeguata rispetto alle nuove tecnologie di banda larga – non può essere di mera ingegneria finanziaria.
31 MAG 13
Ultimo aggiornamento: 08:57 | 11 AGO 20
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Ieri il consiglio d’amministrazione di Telecom Italia ha deciso di separare la rete telefonica, che controlla in regime di monopolio su tutto il territorio nazionale, dalla gestione del servizio telefonico, in cui essa compete con altri operatori, dando luogo a due diverse compagnie. Il cda di Telecom, un incumbent, cioè una società ex pubblica, ha dato così il via a un’operazione attesa da anni ma mai realizzata. Dal punto di vista finanziario, ciò sembra comportare un consistente incremento del valore di mercato di Telecom, ora basso. Ma la ragione del passo, che poteva essere attuato quando è partita la sfida dell’ammodernamento della rete – oramai inadeguata rispetto alle nuove tecnologie di banda larga – non può essere di mera ingegneria finanziaria. Si tratta, infatti, di aprire la proprietà della rete ad altri investitori, per sostenere i costi molto elevati della necessaria modernizzazione, non solo nelle grandi città, ove la redditività è immediata, ma anche in quelli minori, dando così luogo al collegamento dell’intero paese a Internet e potenzialmente alla televisione via cavo. Finora Telecom ha tenacemente resistito alla proposta di aprire la proprietà della rete ad altri operatori, bloccando un progetto elaborato nel 2008 dall’allora ministro dello Sviluppo economico, Paolo Romani, che prevedeva di dividere il controllo della compagnia della rete tra Telecom, con una quota superiore al 30 per cento, e il Tesoro, con una quota di minoranza, per raggiungere – insieme – il 50+1 per cento dell’azionariato; il restante 49 per cento sarebbe stato distribuito fra altri gestori di servizi telefonici, in gran parte esteri, operanti in Italia.
Telecom non gradiva però la presenza nella “sua rete” di altri concorrenti e avrebbe voluto che il contributo pubblico non consistesse in una quota azionaria bensì in una sovvenzione. L’operazione, in quei termini, non si è mai realizzata. L’obiezione alla presenza dei concorrenti nella proprietà della rete adesso può essere superata, mediante la ricerca di soci finanziari interessati a un investimento di lungo termine, sia italiani sia stranieri. Ora, il socio pubblico designato è la Cassa depositi e prestiti. Ieri il Wall Street Journal scriveva che lo scorporo della rete potrebbe essere “una rivoluzione”. L’alternativa a questo atto di coraggio è la senescenza tecnologica di Telecom e dunque dell’Italia.